C'è qualcosa di profondamente ironico in quello che sta succedendo a Perplexity AI. L'azienda si era costruita un'identità precisa: l'answer engine intelligente, senza pubblicità, senza tracking, l'alternativa pulita a un Google ormai soffocato dagli annunci. Milioni di utenti l'avevano scelta esattamente per questo. E adesso, una causa legale depositata presso il tribunale federale di San Francisco racconta una storia molto diversa.

Cosa dice la causa

Il primo aprile 2026, un utente dello Utah ha depositato una class action contro Perplexity AI, Meta e Google. Il documento, lungo 135 pagine, sostiene che Perplexity ha integrato nel proprio motore di ricerca AI dei tracker di Meta e Google che trasmettevano le conversazioni degli utenti, comprese le domande più personali e sensibili, direttamente ai due colossi pubblicitari.

Non si parla di metadati generici. Secondo la causa, venivano condivise trascrizioni complete delle sessioni di chat, accompagnate da indirizzi email e altri identificativi che permettevano a Meta e Google di associare ogni conversazione a una persona reale.

Il dettaglio più grave riguarda la modalità Incognito. Perplexity offre ai suoi utenti, compresi quelli paganti, una funzione presentata come garanzia di privacy. La causa la definisce senza mezzi termini una facciata: anche attivando la modalità Incognito, le conversazioni continuavano a essere condivise con Meta e Google, complete di identificativi personali. Per gli utenti che pagavano un abbonamento proprio per avere maggiore protezione, il tradimento è doppio.

Come funzionava il meccanismo

Secondo quanto emerge dalla documentazione legale, Perplexity aveva integrato direttamente nel proprio motore di ricerca i pixel di tracking di Meta e gli strumenti di analytics di Google. Ogni volta che un utente avviava una conversazione con l'AI, questi tracker registravano l'attività e la trasmettevano ai rispettivi destinatari.

La causa descrive il meccanismo in termini netti: Perplexity avrebbe di fatto installato una cimice nei computer degli utenti. Non un bug software, ma un sistema deliberato di raccolta dati nascosto dietro un'interfaccia che prometteva l'esatto opposto.

Il contesto: un'azienda già sotto pressione

Questa causa arriva in un momento particolarmente delicato per Perplexity. L'azienda, un tempo presentata come il potenziale killer di Google Search, sta attraversando una fase di difficoltà su più fronti.

Sul fronte legale, è già impegnata in una battaglia con Amazon per il suo browser Comet, un agente AI per lo shopping che effettuava acquisti sulla piattaforma senza autorizzazione. Amazon ha ottenuto un'ingiunzione per bloccarlo, Perplexity ha fatto appello, e la vicenda è ancora in corso davanti ai tribunali federali.

Sul fronte del business, un'analisi recente di Sherwood News ha evidenziato come il traffico della piattaforma sia rimasto sostanzialmente piatto nell'ultimo anno, mentre i concorrenti, da ChatGPT a Gemini, hanno continuato a crescere. Da potenziale rivoluzionario della ricerca AI, Perplexity rischia di trovarsi ai margini della competizione.

E adesso lo scandalo privacy colpisce esattamente il punto su cui l'azienda aveva costruito la propria differenziazione: la fiducia degli utenti.

Cosa significa per il settore AI

La vicenda Perplexity solleva una questione che va ben oltre la singola azienda. Se anche chi si posiziona esplicitamente come alternativa privacy-first finisce per condividere dati con i giganti della pubblicità, cosa possono aspettarsi gli utenti dal resto del settore?

L'AI search è un mercato in piena espansione. Decine di startup promettono esperienze di ricerca più intelligenti, più private, più rispettose. Ma il modello economico sottostante resta lo stesso di sempre: i dati degli utenti hanno un valore enorme, e la tentazione di monetizzarli è forte. Perplexity non è la prima azienda tech a promettere privacy e poi fare il contrario, e probabilmente non sarà l'ultima.

La causa è ancora nelle fasi iniziali e Perplexity non ha ancora risposto pubblicamente nel merito delle accuse specifiche. Ma il danno reputazionale è già fatto: per un'azienda che aveva fatto della trasparenza il proprio marchio, essere accusata di operare nell'ombra è il peggior scenario possibile.


Fonti principali:

  • Bloomberg - Perplexity AI Machine Accused of Sharing Data With Meta, Google (1 aprile 2026)
  • Ars Technica - Perplexity's "Incognito Mode" is a "sham," lawsuit says (2 aprile 2026)
  • The Verge - Lawsuit accuses Perplexity of sharing conversations with Meta and Google (3 aprile 2026)
  • PCMag - Lawsuit Accuses Perplexity of Sharing Personal Data With Google and Meta (5 aprile 2026)
  • Law360 - Perplexity AI Hands User Info To Google And Meta, Suit Says (1 aprile 2026)